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ERA una notte buia e… tempestosa!!!

Sembra già di vederlo il fumetto con Pierino pensieroso e la cannuccia a grattare i denti in attesa che qualcosa arrivi almeno per iniziare (già perché una volta partiti poi si nuota liberi, almeno si spera). Solo che stavolta stranamente la nottata era proprio del genere buia e tempestosa e nel bel mezzo di quest’ inverno sardo, a due passi dal mare, era arrivato uno stravento misto di pioggia e qualche frammento di ghiaccio da far rimpiangere le giornatacce di certi inverni della mia Romagna. L’ unica differenza è che qui raramente si vede la neve, ma in compenso ci pensano l’acqua e il maestrale a far desiderare uno scafandro.
Così mi decisi a guardare l’orologio o, meglio, uno di quei 6 o 7 cosi rotondi appesi ai muri che arrivano da noi a vagonate e così coprono bene i variegati danni che il tempo lascia sui vecchi muri. Naturalmente, giusto il tempo di capire che mi ero addormentato e non avevo spento la TV con i soliti canali 38 e 39 a caccia di delitti, tribunali e simili prevedibili racconti ricchi di fatti misfatti ampiamente rodati e, appunto per questo, innocenti e innocui. Chi invece era sparita era la mia fedele compagna di letto, specialmente in queste notti invernali, e allora tanto valeva fare due passi e arrivare al letto e proseguire la notte, sempre che LILLA, simpatica bastarda a 4 zampe di ormai oltre tre anni, mi facesse posto.
Già, aveva preso l’ abitudine di impadronisi dei cuscini con i quali giocare a MO ADESSO TI SISTEMO e non intendeva mollare la preda (poi, come sempre, bastò minacciarla di farla scendere e tutto prese un andamento controllabile previa grattatina sul muso). Poi litigammo un po’ perché anch’io volevo dormire abbracciato a un cuscino ma raggiungemmo, come sempre, un accordo e tempo qualche 5 minuti dormivamo tranquilli.
Eppure qualcosa deve avermi colpito perché mi ritrovai (anni 1947/1950) nel portichetto interno del Seminario arcivescovile di Imola e io ero quel bimbetto nero e zoppicante che tentava di convincere un vecchio armonium a seguire le sue volontà e infilare uno dietro l’altro i suoni come previsto dalla pagina del metodo e tutto questo mentre con l’unico piede valido cercavo di pompare la quantità d’aria necessaria a produrre dei suoni.
E fu così che in improvvisamente cominciai a sentire dei suoni, ma non erano quelli soliti delle scale ad andare e venire con le inevitabili variazioni così da coinvolgere tutte le due mani e relative dita, al contrario mi pareva di essere proprio là in alto, sì, proprio in alto all’inizio della navata centrale della Cattedrale di San Cassiano, come sempre proprio lì a IMOLA.
E la conoscevo bene, quella cattedrale, facevo parte delle SCHOLA CANTORUM in qualità di soprano e addirittura di capogruppo (o come ci chiamavano), solo che ultimamente ero incappato in qualche disguido perché le tonalità degli attacchi risentivano di mezzi toni non giusti … Proprio così, stavo invecchiando e quasi certamente prima o poi sarei diventato un baritono come quei miei compagni più grandi, quelli già al ginnasio e dalle belle voci piene (ai contraltini toccava il passaggio alle voci tenorili).
Ma il sogno proseguiva e così era arrivato Natale, era cambiata anche la scena, e a supporto dell’ organista c’erano adesso due solisti, una VIOLA e un VIOLINO, separati da noi con un PALETTO trasversale e arrivarono anche dei fogli musicati e, ovviamente, ci sentimmo tutti più importanti perchè non era più il solito e ben conosciuto Perosi, ma accompagnavamo come coro “muto” un pezzo celebre di MOZART proprioquesto qui . (Mi par di sentirli ancora quei molti ai quali tutto questi suoni sembrano solo degli SGNICK SGNACK noiosi proprio così come a me certe modernità sembrano, oggi, come allora, incontri casuali fra urla di oranghi e grufolate di suini).
Poi il sogno finì e a svegliarmi fu il GURU GURU dei colombi che per colpa mia vengono sul davanzale esterno della finestra a reclamare puntualmente la colazione sotto l’occhio sospettoso della LILLA, ma prima di loro e da bravo vecchietto devo prendere lo SCIROPPO per tenere lontane le residuali conseguenze dei due pacchetti quotidiani di MS o di GAULOISES accumulati dai 20 anni fino a meno di un decennio fa…
PS: e fuori? Tutto come prima, non c’è ancora lo SCIROCCO di certe giornate estive e possiamo intonare tranquillamente il goliardico CON STA BORA E QUESTO VENTO sia pure in versione educata, come si addice a uno più che ottantenne, sia pure non proprio tutto così perbene come appunto il PERBENITO!
NB: Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger, su parole scelte a turno dai partecipanti, organizzato su Verba Ludica.
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STORIE di SARDEGNA marzo 24, 2018 STORIE DI SARDEGNA…

Era ormai lì che stava per arrivare la PRIMAVERA, non serviva il CALENDARIO in quel mini giardino chiuso fra le mura di queste case. Eppure solo 8/9 decenni fa era stato tutto libero e a disposizione del primo che arrivava. Visto con gli occhi di oggi questo SANT’ AVENDRACE cagliaritano sembra impossibile fosse stato libero agli occhi, ai passi, ai giochi dei ragazzini ma se guardi all’interno di alcune corti (quelle non trasformate in parcheggio) t’accorgi quel che un tempo era o, soprattutto, c’era.
Nella Sardegna dei primi del 1900 era in atto una emigrazione costante dai paesi dell’ interno a 100-200 km da Cagliari soprattutto di ragazzini sui 9-11 anni, maschi, provenivano da famiglie di piccolissimi possidenti di qualche ettaro magari disperso a mini pezzature arrivate come dote delle mogli in famiglie con una dotazione di 12-18 figli, almeno al 50/60 % viventi e questi ragazzini arrivavano “a bottega” da compaesani stabilitisi in città da tempo. Ancora adesso corrono gli stessi cognomi nello stesso settore (macellai, panettieri, fornai, bar e simili) a conferma che la solidarietà paesana era viva e convincente. Ma questo è solo un modo per dare cornice ambientale al microscopico mondo ancora in attesa degli attori.
Il primo a presentarsi, e ci se ne accorge, è il gattone dal balzo rombante e viene dal terrazzo-tetto del piano secondo (e ultimo) che con un COLPO ben risonante piomba sul tettuccio di lamiera dell’angolo degli attrezzi del giardino e poi subito dopo con un altro balzo di quasi due metri arriva sul muro di confine con i palazzi “nuovi” (di 30 anni fa), palazzi a 5 e più piani che sembrano costruiti apposta e messi proprio lì per impedire la “vista a mare”! Strano signore questo GATTO, particolarmente dispettoso sempre alla ricerca di novità utili a scaricare la sua arroganza, iniziando l’ esplorazione.
Il terrazzo sopra è ovviamente dotato di tutti quegli arricchimenti che proteggono (?) l’intimità dall’ altra barricata di palazzoni (anche loro sui 30/40 anni, anche loro come barriera panoramica se non per qualche fugace intimità visiva ferocemente protetta agli sguardi da tendaggi, a volte stagionati come o più degli inquilini) con arricchimenti dei soliti rampicanti negli ovvi e soliti contenitori pieni di terriccio (che quel bravo “nero” ama scompigliare tutto attorno suscitando ovviamente irritazioni e maledizioni di chi ama ordine e pulizia (la LEI) e di chi cavallerescamente si dedica a prevenire malumori anche se non c’è scopa che lo colga sul fatto a quel delinquente con i baffi.
Ma GATTONERO tuttavia non è solo, c’è un’altra abitatrice del terrazzo, timida, discreta, quieta e ostinata passeggiatrice con riposini frequenti e per questo porta con sé la propria casa cercando tuttavia di non lasciare segni del suo passaggio, attenta com’è a non strisciare dove altri possano maltrattarla stante la fragilità della sua casa. E’ appunto la LUMACA, anzi una lumachina nata da non molto e proprio da quelle uova rilasciate dalla lumaca madre e dalle quali alla schiusa emergono quelle neonate come sempre già ben dotate della loro casetta inabbandonabile.
Poi accadde, come a volte capita, che qualcuno si trova con alcuni impicci fra i piedi e non c’è luogo più adatto e apparentemente discreto per disfarsene come un terrazzo, soprattutto se schermato da fiorenti rampicanti tutti attorno. Fu così che sul terrazzo arrivò, come per caso, un enorme globo di plastica trasparente di quasi due metri di diametro e ovviamente divenne presto oggetto di molto interesse per tutti gli abitanti del luogo, a cominciare naturalmente dal solito gattone tutto compreso nel suo ruolo di unico potente signore del regno. Ma non fu il solo e fu raggiunto, dopo una settimana di lungo cammino, dalla lumachina che, pur scivolando ogni tanto sulla parete della bolla non bastandole la viscosità della striscia a trattenerla, ce la metteva tutta per sopravvivere anche in quel nuovo mistero tentando il più possibile di non farsi notare anche se non poteva nascondere la lenta traccia che lasciava strisciando.
Per fortuna GATTO NERO non pareva interessarsi a lei e dopo un po’ NERO andò alla ricerca di luoghi più interessanti epperò per manifestare a tutti la sua irritazione come saluto con due zamponate colpì e chiuse l’ oblò della sfera, rendendola così isolata da tutto il resto del terrazzo e, forse senza volerlo, imprigionò la lumachina all’ interno.
Per fortuna per la lumachina niente di immediatamente tragico, c’era aria umidità ed ossigeno per anni, almeno così le suggerivano le memorie incollate nei suoi neuroni ereditati. Quel che invece non poteva immaginare era l’ arrivo imprevisto di un fortunale insolito originato dal solito maestrale che si era giusto incanalato fra le alte case con un furore insolito, tanto da investire quel globo come fosse un palloncino giocattolo. Per la lumachina accadde il finimondo, si sentì rotolare e a volte volare e meno male che la sua scia viscosa faceva da collante sulle pareti, ma si trovò tuttavia a rotolare tanto che il sole che traspariva dalla parete a volte sembrava addirittura sotto di lei e non capiva, poverina, che era lei a rotolare sotto sopra assieme alla parete in una vera e propria RIVOLUZIONE planetaria che la sottoponeva a un continuo ballonzolare manco fosse ancora all’ interno dell’ ovetto materno…
Però l’ isolamento in fondo era quasi un vantaggio, quella umidità condensata sulle pareti si trasformava in un vapore che in parte ricondensava su di lei come una simpatica doccia e nel liquido c’era anche una microscopica presenza di componenti utili alla sua alimentazione e le venne da pensare che allora non doveva temere per il suo FUTURO, almeno per l’ immediato
E non sbagliava anche perché prima o poi doveva accadere qualcosa d’altro di imprevedibile e, infatti, un vortice catturò quella sfera trasparente e la mandò a sbattere contro un comignolo bello e resistente… e fu così che il mantello della sfera si ruppe in tanti frammenti e fortunatamente uno di questi frammenti trasportò la lumachina planando via via sempre più lentamente fino ad atterrare fra gli arbusti del profumato giardino sottostante.
Una volta tanto era un giardino rustico e non tenuto come si usa dire all’ italiana e proprio per questo pieno di ogni sorta di piante e cespugli, avanzi di foglie e frammenti, pieno di vita e tutti questi angoli e angolini erano da esplorare piano piano e con attenzione così da assaporare ed assimilare quanto fosse utile a vivere e crescere naturalmente… alla faccia di tutti quei gattacci neri e insolenti!!!

storia di un chimico sub-normale 01

tutto affera tornata a Trieste (moglie Klopcich e i due figli Giordano e Hugo) lasciando però a San Prospero, dalla sorella, il primogeniNon avevo mai sentito parlare di chimica, ma all’ epoca era un qualcosa di misterioso, in qualche modo legata ai medicinali come quelli che si usavano in agricoltura. Del resto non potevo non saperlo, venivo dal mondo contadino romagnolo per via di madre e spesso avevo passato lunghi periodi, specie d’estate, lì a San Prospero di Imola in via Lughese 35 e anche nell’ altra casa, quella del 1930, in via Maduno.
In via Lughese nonno Fita (Giuseppe) e nonna Iusfina (Giuseppina) c’erano arrivati sposi novelli proprio all’ inizio del secolo e con loro abitavano anche i fratelli minori del mio futuro nonno, Celso e Giovanni (Gianò). Celso poi un po’ di anni dopo mise su famiglia e andò a stare in un podere vicino. Gianò invece rimase eternamente scapolo e diventò ZIOHN! (termine con il quale si sottolineava che oltre che zio era, appunto, scapolo, senza famiglia propria). Questa condizione gli permise poi indirettamente di essere il riferimento di tutti noi nipoti più o meno conviventi.
Ma questa premessa cosa c’entra? C’entra perché proprio nelle prime decine di anni del secolo scorso era partita la rivoluzione chimica, prima con i concimi e poi con i trattamenti, come venivano chiamati quelle irrorazioni con la pompa a spalla alle viti, e ad altre specie arboree, contro infestanti anche se facevano privilegio i trattamenti con SOLFATO di RAME e simili.
Già le viti, l’ uva, il vino all’epoca, ma anche poi, erano la principale fonte di reddito e alla CARANTA (il nome del podere di via Lughese 35) i CIARAVAL (soprannome dei Geminiani arrivati a San Prospero) tutto questo soprattutto curavano. Gianò in particolare si occupava della cantina aiutato qualche 10 anni dopo da Ernesto (nome e soprannome coincidevano, visto che era insolito). Altro per gli altri figli come Domenico che diventò Minghì, Arcangelo trasformato in Canxì, mentre Primo e Lino restarono tali. Come poi accadde per Valda (come le pastiglie, amava dire quella che poi sarebbe stata mia madre, poveretta lei!) e Carolina, ultima nata dopo parecchi anni, probabilmente in seguito a una qualche distrazione. E meno male, nata nel 1923 e io nel 1936 fu sempre la mia adorata zia quasi sorellina e più che vice-madre in molte occasioni.
Ma non è questo l’ argomento, visto che dovrei aver scelto di parlare di chimica e del futuro Benito e la chimica arriverà solo qualche anno dopo. Intanto c’era stata la guerra, io avevo finito il collegio (dei rifugiati e abbandonati di Villa San Martino di Lugo), poi avevo deciso di volermi far prete e quindi c’eran stati tre anni (1947-1950) di crescita on solo fisica nel Seminario arcivescovile di Imola. Accadde poi che io cambiai opinione, proprio quando mia madre aveva alla fine accettata l’ idea di un futuro prete in casa, e così lasciai Imola per andare a Trieste, dove i miei si erano trasferiti da Ravenna, richiamati dai fratelli di mio padre che a Trieste c’erano da sempre e lì tutti e tre erano nati.
Era una storia complicata, l’altro mio nonno (Augusto) veniva da Dozza Imolese (oggi una questione di minuti, allora a piedi un paio d’ore, una decina di chilometri) e siccome era vivace e pure anarchico era dovuto scappare per evitare i caramba ed era finito a Trieste, allora città in piena espansione economica molto ospitale e ben controllata. Dopo un po’ si era ambientato, fatto figli e pure sposato ma per i travagli bellici era dovuto tornare a Imola per evitare l’ internamento. Naturalmente finita la guerra tutta la tribù to Bruno che poi sarà mio padre). La sorella, oltre ad essere “maritata” con un buon partito, era un personaggio importante nella realtà contadina per la sua funzione di “levatrice”, termine comune allora per le ostetriche, e quindi a contatto con la parte femminile della comunità, tanto più con il sorgere dell’ ONMI Opera Nazionale Maternita’ e Infanzia.
E la chimica? la chimica è lì che arriva… In casa nostra, a Trieste via Parini 4, dove lasciato il Seminario ero arrivato nel 1950, venivano a pranzo (mia madre cucinava per loro così arrotondava) due simpatici coniugi, Ada e Carlo e il Carlo lavorava ad Aquilinia dove c’era una grande raffineria (Aquila, poi Total). Questo per il ragazzino di allora era una immagine grandiosa, specie se lo collegavo ai discorsi che Carlo faceva sulla sua prigionia in Australia (catturato in Africa). Così ai discorsi uniti alle immagini mentali delle fattorie australiane in mano alle “padrone” (i maschi in guerra), questo mondo di petroliere, torri di raffinazione, serbatoi era quasi benzina incendiata su un mondo di sogno futuro. C’ero pure andato lì vicino a sbirciare, a forza di autobus e corriere, ed era ascinante e fantasioso.
Poi c’era anche qualcosa di stimolante nell’ ADA, così giovane e adulta per i miei pensieri di adolescente. Tanto più che dopo pranzato spesso andavano a riposare nel lettone dei miei (l’appartamento al secondo piano era minimo, la cucina con balcone sul cortiletto interno, poi la camera da letto con una stufona in ceramica solenne e un letto supplementare per il grande, cioè io (mio fratello Italo, di 4 anni in meno, dormiva in uno stanzino che prendeva luce indiretta dalla cucina).
E, a parte la chimica, la compresenza femminile era così entusiasmante che un giorno le mie mani esagerarono, tanto che poi mi ritrovai tutto insanguinato e solo la saggezza di mia madre mi risparmiò di sprofondare…

2018 poi si vedrà

NELL’ ATTESA DELLA PRIMAVERA CHE VERRA’…
Bello e felice il mondo, certo il viaggio era stato lungo e poi l’ ultima salita con quei tornanti micidiali con controcurva che a prenderli in prima a mezza velocità ti pareva quasi ti dovessi ribaltare, tanto che per non sbagliare avevo messo le cinture alla mia cagnolinona.
Buffa la LILA non voleva salire, l’avevo presa su a forza sgridandola così la smetteva di ignorarmi, mi veniva vicino solo quando aveva fame con quel suo fare allusivo e con il muso, anzi, appena appena con la leggera peluria del muso, sfiorava il ginocchio con “nonsalanse”, proprio come diceva il prof CIUCCI, insegnante di francese alla III, sezione E, via san Nicolò, Trieste, succursale dell’ Oberdan L.S. (liceo scientifico).
Chissà come mai mi veniva in mente proprio LUI, forse ripensavo nel sub-conscio alla sua prima entrata in classe, finito l’ intervallo grosso (delle 11 e un po’, fine della IIIa ora). E noi che stavamo ancora decidendo la scelta del banco. Io come sempre prima fila, a sinistra guardando la cattedra, posto destro per poter tenere la mia gamba, quella destra fuori e libera di muoversi per sgranchire i muscoli. Il mio compagno di banco era un santo, sempre ben tenuto, capelli castano chiaro-scuri, lineamenti con qualche antenato TETESCO, vestito senza sfoggio con l’impeccabile giacca, la cravatta morbida con pois lievissimi e la camicia
… Tutta invidia la mia? No, anzi, imparavo come avrei dovuto essere io (o era “potuto”?) ma era impossibile, troppo preso a sognare battaglie e sassaiola con rapine di uva e albicocche nei vicini campi della lontana periferia di Ravenna.
Ma torniamo a bomba, come al solito attorno alla porta d’ ingresso c’era la divina Serena, e i due suoi più tenaci ammiratori… Uno, il Venier, non aveva ancora abbandonato le sue brache di cuoio con tanto di bretellone (di modo che non ci dimenticassimo che veniva dalla Vienna dei nonni), l’ altro, il Preti, a raccontare come sempre le imprese e le battaglie utili per tornare “sotto” l’ Italia non appena… quando sommessamente e con PASSI quieti apparve il prof di francese, il CIUCCI, con il suo bravo registro stretto contro il petto, gli occhialotti sghembi e quegli occhi che parevano chiedere eternamente scusa…, senza aver il coraggio di urlare permesso o spingere almeno la porta bloccata dal trio…
Ma torniamo alle curve e alla salita e in più era persino arrivato il vento tanto che colpiva sghembo sul viso così che l’ occhio mio, quello sbagliato e più esposto, si stava riempiendo di LACRIME e finalmente mi decisi a tirar su il finestrino, sbirciando però quegli splendidi alberi che svettavano contro il sole con i rami ricchi di GEMME orgogliose di rinnovellata vita, beate loro che possono apparentemente morire e risorgere senza lacrime e clamori …
Eppure c’era qualcosa che non tornava, qualcosa o qualcuno mi strattonava, mi stava tirando la giacca, ma non era più la giacca di prima… era quella del pigiama e l’ abbaio era quello della LILLA che suonava la sveglia e la smettessi di sognare e mi sbrigassi a chiudere la FINESTRA e non era montagna e non era neppure quella di una primavera dalle gemme piene di vita. Era tutta solo un sogno e fuori era solo una banale giornata emiliana (b’ apostrofo) che stentava a cominciare perché prima doveva sparire la solita e implacabile NEBBIA.
E sbrigati, PADRONE, perché intanto vorrei fare colazione e poi uscire fuori per le solite immancabili ragioni. E… bau bau… SBRIGATI!
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andiamo a scrivere

  1. – c’è sempre una difficoltà nel fasi trovare.
  2. – e allora il titolo è importante.
  3. – ma anche il perché o il Per come

poi si vedrà

NELL’ ATTESA DELLA PRIMAVERA CHE VERRA’…

Bello e felice il mondo, certo il viaggio era stato lungo e poi l’ ultima salita con quei tornanti micidiali con controcurva che a prenderli in prima a mezza velocità ti pareva quasi ti dovessi ribaltare, tanto che per non sbagliare avevo messo le cinture alla mia cagnolinona.
Buffa la LILA non voleva salire, l’avevo presa su a forza sgridandola così la smetteva di ignorarmi, mi veniva vicino solo quando aveva fame con quel suo fare allusivo e con il muso, anzi, appena appena con la leggera peluria del muso, sfiorava il ginocchio con “nonsalanse”, proprio come diceva il prof CIUCCI, insegnante di francese alla III, sezione E, via san Nicolò, Trieste, succursale dell’ Oberdan L.S. (liceo scientifico).
Chissà come mai mi veniva in mente proprio LUI, forse ripensavo nel sub-conscio alla sua prima entrata in classe, finito l’ intervallo grosso (delle 11 e un po’, fine della IIIa ora). E noi che stavamo ancora decidendo la scelta del banco. Io come sempre prima fila, a sinistra guardando la cattedra, posto destro per poter tenere la mia gamba, quella destra fuori e libera di muoversi per sgranchire i muscoli. Il mio compagno di banco era un santo, sempre ben tenuto, capelli castano chiaro-scuri, lineamenti con qualche antenato TETESCO, vestito senza sfoggio con l’impeccabile giacca, la cravatta morbida con pois lievissimi e la camicia
… Tutta invidia la mia? No, anzi, imparavo come avrei dovuto essere io (o era “potuto”?) ma era impossibile, troppo preso a sognare battaglie e sassaiola con rapine di uva e albicocche nei vicini campi della lontana periferia di Ravenna.
Ma torniamo a bomba, come al solito attorno alla porta d’ ingresso c’era la divina Serena, e i due suoi più tenaci ammiratori… Uno, il Venier, non aveva ancora abbandonato le sue brache di cuoio con tanto di bretellone (di modo che non ci dimenticassimo che veniva dalla Vienna dei nonni), l’ altro, il Preti, a raccontare come sempre le imprese e le battaglie utili per tornare “sotto” l’ Italia non appena… quando sommessamente e con PASSI quieti apparve il prof di francese, il CIUCCI, con il suo bravo registro stretto contro il petto, gli occhialotti sghembi e quegli occhi che parevano chiedere eternamente scusa…, senza aver il coraggio di urlare permesso o spingere almeno la porta bloccata dal trio…
Ma torniamo alle curve e alla salita e in più era persino arrivato il vento tanto che colpiva sghembo sul viso così che l’ occhio mio, quello sbagliato e più esposto, si stava riempiendo di LACRIME e finalmente mi decisi a tirar su il finestrino, sbirciando però quegli splendidi alberi che svettavano contro il sole con i rami ricchi di GEMME orgogliose di rinnovellata vita, beate loro che possono apparentemente morire e risorgere senza lacrime e clamori …
Eppure c’era qualcosa che non tornava, qualcosa o qualcuno mi strattonava, mi stava tirando la giacca, ma non era più la giacca di prima… era quella del pigiama e l’ abbaio era quello della LILLA che suonava la sveglia e la smettessi di sognare e mi sbrigassi a chiudere la FINESTRA e non era montagna e non era neppure quella di una primavera dalle gemme piene di vita. Era tutta solo un sogno e fuori era solo una banale giornata emiliana (b’ apostrofo) che stentava a cominciare perché prima doveva sparire la solita e implacabile NEBBIA.
E sbrigati, PADRONE, perché intanto vorrei fare colazione e poi uscire fuori per le solite immancabili ragioni. E… bau bau… SBRIGATI!

Mio Padre (parte seconda da Casalbuttano a Bussolengo)

Quella bottega da barbiere non in esercizio con gli occhi di oggi potrebbe essere considerata, con gli occhi di oggi, una specie di monolocale era dotata infatti di tutti gli accorgimenti necessari per viverci a cominciare dal grande lettone matrimoniale che conteneva ampiamente la mamma e i suoi due figlioli, Italo di appena 4 anni e il sottoscritto Benito che non arrivava ancora a 8.

Era forse la prima volta che vivevamo tutti nello stesso ambiente perché per tutta una serie di coincidenze anche quando entrambi noi figlioli eravamo a San Prospero vivevamo in case diverse, io alla “caranta” con i nonni e le tre famiglie degli zii più “giovani” (Domenico, Ernesto e Lino), e mio fratello Italo a “maduno” nell’ ansa del fiume Santerno che da Imola svolta verso Ravenna per poi andare ancora più a Nord e infilarsi nel delta del Po, fino alla pace finale dell’ Adriatico. Lì c’erano Primo, e i suoi tre figli (Lina, Graziella e Luigi detto Gigì) e Arcangelo, detto Canxi, che era di fatto lo arzdor , cioè quello che faceva le veci di mio nonno nella gestione dei due poderi. In pratica Canxì non c’era quasi mai a lavorare di zappa o vanga perché praticamente viveva a Imola al mercato.

Era quindi anche la prima volta che stavamo tutti e tre nel lettone coccolati e coccolandi senza problemi di orari e impegni se non quelli ovvi del vivere, visto che allora non occorrevano tanti accessori igienici o di attrezzature. Fu comunque un problema per poco più di una settimana, giusto il tempo che mio padre arrivasse con un cavallo e un biroccino tanto da caricare tutti con i relativi bagagli e via verso Bussolengo dove ci aspettava un quasi appartamento nel centro sulla via principale che porta alla Chiesa. Il viaggio era fantastico con gli occhi di uno che praticamente era sempre vissuto in pianura, specialmente quando cominciammo a bordeggiare il lago di Garda, per non parlare del riattraversamento del PO, senza per fortuna i batticuore del viaggio in corriera Ravenna-Bologna-Casalbuttano.

Poi, dopo quasi 10 ore,  finalmente, l’arrivo a Bussolengo